SHENZHEN

La mattina del 9 Settembre sono un po' ansioso; so bene che la Cina che ho visto finora non è la vera Cina, dato il suo passato. Basta vedere il rigido controllo alle frontiere, il filo spinato e i soldati con il mitra per capire che Hong Kong (e in parte Macau) sono tuttora delle oasi nel panorama cinese. Ma una volta passato il controllo dell'immigrazione, a Lo Wu, sarò in Cina per davvero, a Shenzhen.

È una domenica mattina, è molto presto ma il treno che mi porta da Sha Tin verso la frontiera è già molto affollato. E scendono tutti a Lo Wu, e tutti si muovono in direzione della frontiera. Mi chiedo come mai tutte queste persone, ma non trovando una risposta preferisco chiedere in giro. E così apprendo che vanno a Shenzhen a fare shopping. Perchè a Hong Kong il costo della vita, e quindi delle merci, è superiore al resto della Cina, e così diventa conveniente comprare nella Mainland China. E la Mainland China, per chi abita a Hong Kong, è prima di tutto Shenzhen. Specialmente nel week-end: giusto il tempo di passare la frontiera, comprare quello che serve e tornare indietro. Questo spiega anche perchè a Lo Wu, subito superata la frontiera, si trova un enorme centro commerciale in cui si vende letteralmente di tutto in centinaia di minuscoli negozietti. Questa enorme area contiene anche la stazione del metrò e la stazione ferroviaria. La parte Nord è questa:

Il mio piano di viaggio prevede di prendere subito, in tarda mattinata, un treno per Tunxi, vicino allo Huang Shan (la Montagna Gialla), che è la mia prossima meta. Ma non tutto va per il verso giusto: non riesco a prelevare i soldi[1] alla frontiera perchè gli ATM della Bank of China non funzionano, così perdo tempo a cercarne altri in città, infine quando riesco ad arrivare alla stazione per fare il biglietto è troppo tardi: il treno parte dalla stazione Ovest, che è parecchio distante, e non c'è tempo per arrivarci. Riesco in qualche modo a farmi capire, e faccio il biglietto per lo stesso treno, ma per il giorno successivo. E così un giorno se ne è già andato, rispetto al piano iniziale. Non me ne preoccupo troppo (a dire il vero non ho nemmeno il tempo di preoccuparmene), lo recupererò in qualche modo. E poi, visto a posteriori, il giorno speso a Shenzhen è una fortuna.

Leggo sulla guida turistica di questa città-miracolo, creata per volere di Deng Xiaoping negli anni '80 come Zona Economica Speciale (in pratica un posto in cui le regole comuniste non valgono, e il governo cinese chiude un occhio e, se serve, anche l'altro, per lasciare mano libera agli imprenditori) strategicamente a ridosso di Hong Kong, in modo da attirarne gli enormi capitali. La cosa ha avuto indubbiamente successo se Shenzhen in pochi anni è passata da un borgo di pescatori ad una città che oggi ha 11 milioni di abitanti, domani chissà. E stiamo parlando degli abitanti legali; i clandestini, provenienti dalle campagne della Cina e dai paesi del Sud-Est asiatico per prendere parte a questo miracolo economico e quindi sperare in una vita migliore, sono stimati in almeno 3 milioni.

E le differenze con Hong Kong si iniziano a vedere subito: per esempio, qui quasi nessuno parla Inglese e così anche le cose più semplici, come fare il biglietto del treno, diventano complicate. Fuori della stazione dei treni, dopo aver capito che non sarei partito quel giorno, incontro una persona che parla Inglese. Mi avvicina senza farsi troppi problemi. Per la scelta del posto per dormire mi ero orientato verso un ostello nella parte Ovest della città, vicino ai parchi di divertimenti, ma il tizio mi dice che non c'è più, ha chiuso. Gli dico: impossibile, la guida è nuova, è del Marzo 2007. Mi risponde: guarda che qui le cose cambiano rapidamente. Non so se credergli, ma lui mi aiuta a comprare una scheda telefonica (una di quelle banalità che, a causa della barriera linguistica, diventano ostacoli insormontabili), provo a chiamare e, in effetti, non risponde nessuno. Mi faccio convincere a cercare un hotel nei paraggi e mi aiuta a trovarne uno in un palazzone che ne ospita diversi, quasi uno per ogni piano. Il posto non è malaccio e anche il prezzo non è male - la stanza sa di fumo ma quando me ne lamento me ne danno una senza odore. Dall'hotel la vista non è delle migliori:

ma un rapido giro in città mi convince che, a Shenzhen, questa è la norma. La densità abitativa è enorme e i grandi palazzoni sono la regola.

Per muovermi uso il metrò: nuovo, funzionale, con gli schermi a cristalli liquidi che trasmettono le news (e la pubblicità). E sul metrò vedo giovani con dispositivi elettronici portatili collegati a infrarossi (o bluetooth?) che giocano uno contro l'altro. E inizio a convincermi che i Cinesi, soprattutto i giovani, sono grandi appassionati di tecnologia - probabilmente un buon segno per il futuro, ma con un punto interrogativo: va bene la passione per telefonini e palmari, videogiochi e internet, ma non vedo altrettanta passione per attività intellettuali più "meditative" come la lettura. Anche nel resto del mio viaggio questa rimarrà una caratteristica costante: mai visto un Cinese leggere un libro - proprio l'opposto di quanto mi capitava di vedere in Russia.

Nel pomeriggio, dopo aver vagato un po' a zonzo, sono stanco di questa città enorme e trafficata e così mi rifugio in un bel parco chiamato Litchi Park, che ha una enorme immagine di Deng Xiaoping all'ingresso (perchè i cittadini di Shenzhen siano riconoscenti verso Deng è facile da capire).

Il parco è bello, vedo un gruppo di Cinesi che, al ritmo di musica orientale, fa una di quelle "ginnastiche" di gruppo strane fatte di movimenti lenti, come talvolta si vedono nei film. Mi fermo a guardarli incuriosito per qualche minuto e quando poi alzo gli occhi mi accorgo che sono l'unico a guardare quel gruppo, mentre gli altri passanti guardano me, ridendo del mio stupore - cose che succedono quando si è l'unico non-Cinese in circolazione. Quando poi ne ho parlato con i miei amici a casa, mi hanno detto che sono l'unico, anche in Occidente, a non sapere cosa sia il Tai chi. E mi capiterà ancora, durante il viaggio, di trovare persone che, in gruppi più o meno grandi o anche da sole, nei parchi o sui marciapiedi, praticano questa forma di arte marziale. Questa foto è stata presa in un parco di Beijing (Pechino):

I pochi che conoscono l'Inglese cercano di attaccare bottone, se possono - ed è anche per me l'occcasione per imparare qualcosa di loro. Ma si sorprendono se dici di essere un turista, perchè Shenzhen non è una città turistica, qui è il business a farla da padrone. Mi avvicina una persona sui 35 anni e iniziamo a parlare. Mi dice fra l'altro che gli piacerebbe molto viaggiare, se ne avesse la possibilità (una curiosità per il resto del mondo che vedrò in molti altri Cinesi nel prosieguo del mio viaggio), e in particolare gli piacerebbe visitare l'America.
Poi mi dice: "Qui in Cina siamo in troppi" e mi domanda "Secondo te cosa potremmo fare per risolvere il problema?"; una domanda che mi fa sorridere perchè sono sicuramente il meno indicato per dare una risposta (sono arrivato nella Mainland China da poche ore!). Ma probabilmente questa domanda manifesta semplicemente la volontà di comunicare, di poter parlare con uno straniero.

Imparo le prime due parole di Cinese (ciao - nihao e grazie - xiexie) e per ora può bastare. Del resto imparare la lingua è uno sforzo titanico: una ragazza islandese che sta studiando Cinese all'Università di Hong Kong mi diceva che per apprenderne i fondamenti ci vuole un anno di studio continuativo - quindi per ora lascio tranquillamente perdere. Ma non conoscere la lingua non è una cosa indolore in Cina: ad esempio, le mappe della mia guida turistica hanno le vie scritte sia in Pinyin che in caratteri cinesi, in modo da poterli poi confrontare con i cartelli indicatori (scritti in caratteri cinesi). Però non è sempre banale: magari è sera, ti sembra di aver riconosciuto la via giusta sulla mappa, la percorri per un chilometro e poi ti accorgi che no, non è così, perchè l'indicazione sulla via aveva una stanghetta (o un punto) in più (o in meno). E naturalmente la via giusta si trova dall'altra parte . Se pensate che stia parlando per esperienza personale, avete indovinato.

Alla sera la città, illuminata e nuova di zecca, fà il suo effetto:

  1. ^È necessario prelevare i soldi perchè la valuta di Hong Kong, lo HK Dollar, è diversa dalla valuta della Mainland China, lo Yuan.